Ho aperto un canale Youtube

Faccio questo post perché ho aperto un canale Youtube.

https://www.youtube.com/user/RuggineMartina/videos

Si tratta di un progetto ancora all’inizio, però spero vorrete darci un’occhiata. Ci saranno vlog, chiacchiere, ma anche argomenti più seri. Insomma, tutto quello che è il mio mondo, ora come ora. E spero che tramite la condivisione, riusciremo a crescere e migliorare insieme.

Mi sono resa conto che scrivere non mi bastava più e quindi… eccomi qua!

Hope you like it!

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Il potere del Lightworker.

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Tempo fa ricordo di aver letto un articolo che parlava dei Lightworker, gli operatori di luce. Descriveva in breve come il loro semplice esistere potesse portare al mondo benefici e cambiamenti positivi. Una sorta di ripple effect – effetto domino – una catena capace di toccare le corde più remote dell’universo.
Mi chiedevo come fosse possibile che una piccola, semplice operaia, potesse contribuire alla salvaguardia dell’intero formicaio.
E poi è successo. Il ripple effect, l’effetto domino, ha iniziato ad accadere di fronte ai miei occhi. Si è esteso dolcemente, come cioccolata fusa sulla cima di una torta. E tramite quella torta sono arrivate candele, desideri espressi, in corso e via di realizzazione.
Insomma, il potere del Lightworker si è manifestato, e non era che questo.
Creare.
Prendere una base già fatta e decorarla. Riempire le crepe, limare i bordi, scolpire la forma finale. Scegliere pochi ingredienti e farne qualcosa di grande, dolce e caldo. Una stella cadente alla quale esprimere il desiderio di un’esistenza migliore.
Non fraintendetemi, un Lightworker non è perfetto, né tanto meno un essere distante da noi. Lasciate che vi spieghi chi è.
Non è l’opera d’arte finita, quanto più il materiale grezzo da perfezionare. È a sua volta lo scultore, la famosa operaia sopracitata. Chi compie lo sforzo di discernere il reale dalla proiezione, chi scinde il nucleo di un individuo dai sedimenti delle sue paure.
Chi in mezzo a fango e pioggia cerca la verità assoluta. Anche quando sembra altro, anche di fronte alle maschere. Colui che combatte per essa, e non si arrende alle prime slavine, o ai sassi aguzzi lungo la via.
Colui che fa della ricerca per migliorarsi la sua unica missione, e non ha paura delle ombre, perché non c’è niente che la luce non possa rischiarare. Lui opera nella luce. Lui è luce.
Non teme e non giudica, ma piuttosto comprende. Spende ore ad ascoltare non per replicare, ma per capire e recepire. Si sintonizza, sceglie terreni inesplorati, dolorosi, ma crede alla sofferenza come risorsa di scoperta. E ha fede, costante, nel cammino che persegue.
Il Lightworker in sintesi, è colui che per primo si pone davanti allo specchio, fronteggiando i propri demoni e fantasmi senza fuggirli. Perché scorciatoie e nascondigli non servono, affrontare, assimilare ed imparare, è l’unica cosa che conta.
Pensate a questo. Pensate ad una persona che per creare un ossimoro, non ha paura di sporcarsi per pulirsi.
Chiudete gli occhi ora con l’immagine creata, e percepite una qualità di vita significativamente migliore. Una persona ripulita da negatività e contaminazioni, è più leggera e felice. Ha entusiasmo, gioia di vivere, e non ha paura di mostrarlo. Non teme di assaporare la sua nuova visione di libertà.
Osservate come questo attiri persone desiderose di ottenere lo stesso risultato. Perché accade, vi posso assicurare che è così. Un po’ come se nel bel mezzo di una notte d’inverno un piccolo, ma tiepido fuoco vi offrisse opportunità di rifugio. Delicatamente, ma costantemente.
Non accettereste forse quel caldo invito?
Ed ecco che più mani affluirebbero, più anime cercherebbero lo stesso tipo di calore.
Immaginate un effetto domino estendersi così, da un fulcro soltanto, e divenire una tela di luce. Perché i Lightworker al mondo sono tanti, un numero sufficiente a cambiare le cose.
E chi da loro viene toccato subisce un’importante trasformazione. Da anima intorno alla fiamma, a anima fiamma. Lei stessa fuoco, lei stessa calore, generando un effetto difficile da distruggere.
Ora potete smettere di immaginare, perché tutto questo è reale. Questo è il potere del Lightworker.
Creare.
Un potere invisibile ma inestinguibile.
Il potere di creare con costanza e dedizione, senza mai arrendersi, per il bene di se stessi e della tela. Di costruire e diffondere luce anche negli angoli più remoti della notte.
Lo sto vedendo con i miei occhi.
Il potere del Lightworker può significativamente cambiare il mondo.
Perché nessuno può fermare le pedine, una volta che l’effetto è cominciato.

Dalla notte al giorno.

Tante, forse troppe volte nella vita, ci lasciamo distrarre.
Da cose sciocche e superficiali, da disattenzioni, ma anche e soprattutto da persone. Siamo portati a credere che la nostra identità si basi su di loro, su quello che sperimentiamo giornalmente, sugli sconvolgimenti che la realtà subisce man mano che avanziamo.
Ci lasciamo, come ho detto poco fa, distrarre.
Spesso non è un processo intenzionale, semplicemente capita. Nella frenesia della vita quotidiana accade di perdere pezzi qua e là.
Così facendo però finiamo col dimenticarci chi siamo.
Il nostro mondo, il nostro vero io non è una persona, un oggetto, o un’abitudine.
Il nostro mondo è l’insieme delle scoperte, più o meno grandi; delle meraviglie che creiamo o alle quali assistiamo. Il nostro mondo è l’insieme dei risultati conseguiti, e degli obiettivi che ci poniamo per noi stessi.
Non si misura in merito a nessun valore esterno, ma solo in base alle aspettative e i desideri che abbiamo per noi stessi.
È, in sostanza, qualcosa di inscindibile da noi, un bene prezioso impossibile da sottrarre.
Non lasciate che niente e nessuno distolga la vostra attenzione, o devi la vostra identità. Tornate sempre alla fonte, tornate a Voi.
La scintilla primaria, quello che siete, non è bene soggetto a furto. Ed è forse l’unica risorsa che sarà sempre con voi lungo il cammino.

La Notte Oscura dell’Anima.

“Il sorriso è una maschera, o uno strato che copre tutto”.

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Il mio cammino spirituale.
Credevo di averlo iniziato l’anno scorso sapete? E invece no, ho iniziato a percorrerlo molto prima di allora. Timidamente forse, zoppicando, e poi cadendo tra le braccia delle tenebre per tanto tempo. Ma già a sedici anni avevo ben chiaro che in questo mondo c’era qualcosa che non andava, e quel qualcosa andava cambiato.
Ho iniziato con piccole battaglie per la libertà personale, trovavo assurdo doversi uniformare ad uno schema o modello prestabilito, soprattutto se questo comportava sopprimere la personalità, la libertà di pensiero o idea. Insomma, la regola del gregge non faceva per me, e già allora me ne ero chiamata fuori.
L’ostilità delle persone, e l’immediata crudezza della vita mi avevano poi gettata per circa cinque anni in una spirale nera ed oscura. Incolpavo il mondo dei miei mali, mi era impossibile vedere qualsivoglia altra fonte o radice di quella disperazione che lentamente mi divorava.
Ero, per usare un termine comunemente accettato, depressa.
Fortunatamente in mio soccorso giunsero musica, scrittura, canto e fotografia.
Come gentilmente mi ricorda Caparezza nel suo ultimo concerto, ‘I’m an artist, and so I’m unhappy’. Sono un’artista, e quindi sono infelice. Ci credevo anch’io, di aver ricevuto il dono dell’arte, ma al contempo di essere condannata a soffrire una sorta di contrappeso. In qualche modo mi andava bene così.
In quello stesso periodo cominciai ad identificare ogni possibile bellezza che il mondo aveva da offrire. Un raggio di sole che filtra nella stanza, un passerotto che si posa quei due centimetri più vicino del solito, il mio cane che preferisce la mia compagnia a quella degli altri, e così via.
Il mondo era diventato teatro dei miei esercizi ed io, come alunna diligente, imparavo a scoprire la meraviglia in qualsiasi cosa. Questo mi tenne a galla per parecchi anni, fino a che, giunta all’ennesimo periodico crollo capii che qualcosa non andava.
La sensazione di ‘qualcosa di sbagliato’ che distintamente avevo percepito a sedici anni, si era troppo ampliata, e aveva inglobato ogni parte di me.
Dovevo cambiare.

Da qui il percorso iniziato lo scorso novembre, la volontà di capire cosa c’era sotto, cosa si nascondeva dietro tutta quella sofferenza apparentemente ingiustificata, e il realizzare che una sola variabile regola e al contempo distrugge il mondo.
La paura.
Di cosa mi chiederete?
Beh, di tante, infinite cose.
Paure che mi hanno lasciata senza fiato per giorni, che hanno comportato un’incredibile quantità di ragionamento e pensiero per essere analizzate, identificate, e distrutte. E non sto parlando della comune paura di un insetto, di vertigini date da altezza.
No, parlo della paura del mondo di per sé, e di vertigini date dalla vita.
Insomma, ogni fonte di tristezza o insicurezza era diventata mezzo per migliorarsi, una sfida il cui unico possibile esito era la vittoria. Non volevo più vivere in prigione, non volevo più essere condizionata da demoni interni che m’impedivano d’uscire allo scoperto. Non desideravo più la palude, intendevo raggiungere foreste, colline, campi innevati, spiagge. Volevo vedere il mondo senza timore alcuno.
Volevo, in buona sostanza, vivere.
Così è stato. Il processo di guarigione si è compiuto in luglio, quando finalmente ho riconosciuto e risolto le paure che trascinavo sulle mie spalle da così tanti anni.
Tutto fatto, mi sono detta, adesso sarò felice.
E invece, invece così non è stato e a quanto pare c’è molto di più in serbo per me.
Per un paio di mesi ho avuto la sensazione di non riuscire ad ascendere, di non essere più capace di assaporare quei frutti per i quali tanto duramente avevo lavorato ed insistito nella mia battaglia. Aiutare le persone e gioire dei loro traguardi non mi procurava più la medesima gioia.
Ancora una volta io, Martina, ero infelice.

A lungo mi sono chiesta perché, finché non ho trovato un articolo che parlava di un argomento strano, a me allora sconosciuto. L’articolo diceva che nel momento conclusivo di purificazione dell’anima, quando tutto è stato resettato e non resta più niente, l’ego inizia lentamente a morire, e con lui tutto ciò che è stato prima. Insomma una morte vera e propria di ogni identità precedente, cosa nota e ignota, un lento declinare verso uno stato primordiale ove tutto è sconosciuto e ancora da esplorare.
Questo stato è la ‘Notte Oscura dell’Anima‘, o semplicemente ‘La Notte dell’Anima‘.
Non lasciatevi ingannare dal nome cinematografico, non è affatto un bel luogo in cui stare, onestamente trovo il nome stesso un filino deprimente, e quasi diffamatorio.
Questa Notte non è come le altre. Non c’è spazio per riposo o relax, e raramente si vedono le stelle.
Non è una comune depressione, perché quando si è depressi si è infelici. Io non sono infelice, ma nemmeno felice.
Non è una comune depressione perché quando si è depressi ci sono comunque cose che ci piace fare, o che ci danno respiro. Io non ho nulla che mi dia uno stimolo, né un’emozione particolarmente inusuale o ispiratrice. Io non ho niente.
Se prima avevo una chiara idea di ciò che era giusto o sbagliato, bianco o nero, notte o giorno, ora tutte queste differenze si sono appianate ed io semplicemente, non ho più opinione.
Già, non si tratta di comune depressione, ma di annullamento totale di ogni schema pregresso di pensiero, di opinione sulle cose e sul mondo, è una morte con conseguente immediata rinascita.
Insomma, mi sento come una neonata che deve formarsi una prima impressione su tutto e che, per farlo, non ha alcun tipo di contaminazione genitoriale, di vita, di amicizia, o di qualsivoglia altra natura.
Il problema principale è proprio questo: sono la mia unica guida.

Ora, immaginatevi al termine di un lungo estenuante viaggio. Immaginate di essere ad un passo dallo scoprire il significato delle cose, del mondo, dei suoi meccanismi. Fate scoppiare la bolla, restate soli in un deserto nero ed oscuro dove non c’è niente, nessuno sa come aiutarvi, e dovete cavarvela totalmente da soli.
Come vi sentireste?
Non perdereste controllo, equilibrio, e fermezza? Non provereste a scappare, a tornare al mondo che conoscete e che tanto vi dà conforto? Non sareste in poche parole, legittimamente persi?
La risposta appare evidente.
Ci sono tante testimonianze della notte oscura, sia in inglese che in italiano. Tante testimonianze che consigliano, aiutano, confermano che è tutto normale. Talvolta si propongono di fornire una soluzione risolutiva alla Notte dell’Anima, ma raramente ci riescono.
E sapete perché?
Perché la Notte dell’Anima è per me un luogo solitario e come tale va affrontato. Non disdegno calore e affetto nel frattempo, né una buona dose di sana comprensione. Ma al momento sono convinta che questo sia l’unico modo per farcela.
Perché la Notte all’esterno non può essere capita o compresa, la Notte non si può spiegare. Ognuna delle persone che l’ha vissuta sa come ci si sente, e sa che non esiste ricetta universale. Esiste solo quella personale di ognuno di noi.
Esiste per me in quanto forma d’arte. Gli strumenti che ho acquisito negli anni non mi lasceranno sola, diverranno la mia arma principale. Non lascerò alle sabbie del deserto il potere di prendersi tutto. Sarò io a vincere, e tra tutti quei granelli di sabbia, saprò trovare chi sono.

Ecco che quindi, ancora una volta, mi trovo a dover spendere un’incredibile quantità di energie, tempo e capacità di analisi, per scoprire qual è il mio vero io, di cosa si compone, e cosa necessita ulteriore pulizia. Cosa c’è e cosa va lasciato andare, cos’è pietra e cosa diamante, e così via.
Come mi disse una persona ‘hai guarito il conscio, ora è tempo di guarire l’inconscio’. E questo sto provando a fare, ma non è facile, non è assolutamente facile, specie quando tutto ciò che hai, è qualche lieve testimonianza sparsa qua e là, e volti amici che non sanno bene come comportarsi.
Non biasimo nessuno di voi per questo. Forse se leggessi le mie stesse parole senza esserne affetta, capirei poco e niente. Forse non ho nemmeno saputo spiegare questo concetto della Notte Oscura, e allora lasciate che vi fornisca citazioni tratte da un articolo, di una persona splendida che parve sperimentare la medesima Notte. Forse anche più forte della mia.
E spero che almeno lei, sappia esprimerne la vera essenza.

La Notte Oscura è una grande morte è vero, ma sono certa che aldilà del deserto, c’è qualcosa di grande in serbo per me. Qualcosa che mi permetterà in futuro di metter fine allo ‘sbagliato’ che da sempre percepisco.
E io devo arrivare lì, non c’è altra alternativa.
Non sono nata per arrendermi, e sebbene io abbia paura, sia spaventata da questa Notte nella quale mi trovo a camminare, la fiducia non mi lascia mai.
Arriverò dove intendo arrivare, è solo questione di tempo.

Love you all,
Storm.

2

“C’è tanta contraddizione nella mia anima: un profondo anelito verso Dio, così profondo da far male, e una sofferenza continua, e con essa la sensazione di non essere amata da Dio, di essere rifiutata, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo… Il Cielo non significa nulla per me: mi sembra un luogo vuoto!”

“Mi sento come se qualcosa stesse per rompersi in me in qualsiasi momento.”

“Signore mio Dio, chi sono io perché Tu mi abbandoni? […]. Chiamo, mi aggrappo, amo però nessuno mi risponde, nessuno a cui afferrarmi, no, nessuno. Sola, dov’è la mia fede? Persino nel più profondo non c’è nulla, eccetto vuoto e oscurità, mio Dio.”

Unconditionally.

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È iniziato tutto così, da una canzone.
Da un’idea lenta che si è insinuata in ogni fibra del mio corpo, fino a scuotere la mia anima addormentata.
Una canzone d’amore, ma non di un amore classico. L’Amore che sfida le insicurezze, le paure, gli scheletri nell’armadio. Che non si ferma alle apparenze ma le attraversa, va oltre, e scopre i segreti oltre la superficie. Che dissipa l’oscurità, sciogliendola in luce. Il sentimento che ti fa apprezzare la vita e le cose per come sono, non per come ti aspetti che siano. La radice, il nucleo, la fonte primaria. La bellezza insita del cosmo.
Insomma, l’Amore con la a maiuscola, quello che muove il mondo e lo modella sulle sue basi. L’Amore incondizionato, il principio della vita dell’universo.
Un ideale bello, ed estremamente affascinante, che mi attirava potente a sé. Come un figlio in grembo ad una madre che riconosce il calore dell’origine, e non vorrebbe staccarsene mai.
E così con quel magnete, quella canzone e quell’obiettivo, è iniziato tutto.
Sono iniziate le opere di costruzione della nuova me, i restauri alle crepe, le saldature alle giunture deboli. Sono entrata dentro quelle paure, ho aperto gli armadi e rivelato gli scheletri, ho piegato le sbarre di metallo che costituivano la mia prigione. Ho aperto le finestre a nuovi venti, ho respirato nuovi profumi, ho assaggiato l’essenza del mondo. In un lungo, estenuante, ma estremamente gratificante processo di guarigione.
Prendete una vita di paure, demoni, e lacrime. Conditela di dubbi, sospetti e sfiducia. Non vi apparirà una vita, ma bensì una condanna, un’inestinguibile fonte di stress e tortura.
Ma andate oltre, cedete all’incondizionato e cambiate prospettiva. Vedrete tutto come parte di un piano, di un progetto, e considererete gli ostacoli lungo la strada come opportunità. A quel punto non esiste più differenza tra giusto e sbagliato, esistono solo passi. Step necessari alla riuscita del vostro scopo primario. La libertà dalle catene dell’anima.
Insomma, affidarsi all’Amore cambia radicalmente la percezione delle cose. E so bene che non è affatto come si legge nei libri. Non ci si alza un giorno e si decide che sarà così. Di mezzo c’è l’insonnia, la stanchezza, una marea d’interrogativi. Ci sono dubbi e ansie, condite dal timore di non trovare mai il giusto incastro nel fitto ingranaggio della vita.
Eppure ad un certo punto, camminando senza sosta nel vento dell’incondizionato, qualcosa finisce per cambiare. Perché ci si alza una mattina, e tra mille lacrime ci si sente diversi. Finalmente vivi.
Come se si fosse tutto e nulla al contempo, aria e terra, cielo e mare, sole e luna. Come se ogni desiderio si avverasse, e le ali sulle spalle spuntassero davvero.
È in quell’istante che s’inizia a volare ed il mondo da lassù, fa meno paura. Si stringono alleanze con i venti, patti con le nuvole. Si domano le tempeste, si scorgono chiaramente luci lontane. Insomma, si diviene capaci di addomesticare se stessi e la vita.
Tutto finisce con l’avere un senso, quel senso che per tanto tempo si è inseguito senza sosta, e si riesce infine ad assaporare.
“Unconditionally” per me rappresenta questo.
Il significato del mondo, la sua unica verità, sta nel viverlo incondizionatamente. A prescindere da ciò che accade o sembra minare il cammino, perché chi ha fede alla fine arriverà ovunque desidera. E l’Amore deve regolare ogni transazione, perché dove c’è Amore, c’è salvezza. C’è uguale fiducia in albe e tramonti.
Se dovessi ridurre la vita ad una metafora semplice, direi che è tutta questione di abbracciare o mantenere le braccia conserte. Ed io ho aperto il mio cuore, ho lasciato che cominciasse, come mi ricorda la canzone stessa. Ecco perché ora il mondo rappresenta lo spettacolo più bello al quale abbia mai assistito.
Se ho trovato la felicità?
Vi dirò che sì, forse ora so cosa significa.
E non ci sarei mai riuscita, senza l’incondizionato.
Non ce l’avrei mai fatta, senza il potere dell’Amore.

C’era una volta.

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C’era una volta in una casa modesta, una coppia di gatti, uno bianco e uno nero. Da principio erano molto amici, giocavano insieme, sapevano di poter contare l’uno sull’altro. Insomma si volevano bene.
Un giorno però, il gatto nero iniziò a diventare strano. Prese a mordere, graffiare, ad attaccare sebbene non sussistesse alcun pericolo.
‘Perché si comporta così’ si chiedeva quello bianco, e si domandava la casa stessa, colpita da tanta rabbia.
Un giorno il gatto nero, dopo aver fatto terra bruciata intorno a sé, essere rimasto solo ed egualmente disperato, sentì una canzone nell’aria. Quella canzone lo invitava, lo pregava di ascoltarla. Una canzone familiare, che risuonava in lui da sempre, la canzone della sua vera natura.
Le prestò attenzione, mentre la luna alta da lassù illuminava i profili del suo manto scuro. E ascoltandola capì che agiva mosso da disperazione, che qualcosa dentro di lui aveva preso il controllo. Era diventato davvero difficile trattenersi, era ormai preda di demoni sconosciuti.
Il gatto bianco, cogliendo lacrime negli occhi del nero, si sedette dunque accanto a lui e gli sussurrò, ‘non preoccuparti andrà tutto bene’.
‘Come posso fermarli’, si lamentò il nero, ‘tu non lo sai, non li hai mai avuti’.
‘Ti sbagli, li ho anch’io, come tutti. Li ho semplicemente domati, impedendo loro di prendersi la mia vita. Non dimenticarti mai chi sei, non smettere mai di ascoltare La canzone’.
Un paio di fusa, coccole, e la coda nera intrecciò infine quella bianca.
Insieme i gatti guardarono la luna, e si dissero che non sarebbe stata ugualmente bella senza un fondale così scuro. Che era necessario un addobbo di stelle, alla quiete della notte.
Da quel giorno il gatto scuro smise di comportarsi da bestia impaurita, ed iniziò ad ascoltarsi. Ogni qualvolta si sentiva perso o tentato dai suoi comportamenti precedenti, la canzone interveniva sempre a riportarlo indietro.
Perché se i demoni fanno paura, reagire di conseguenza è questione di scelta.
E non diventa forse tutto più semplice, tra una coccola ed un paio di fusa?

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“Why all the people I meet are plenty of demons?”
“Because everybody has them.”

Domenica e Lunedì.

Mi è capitato in questi giorni che la memoria restituisse un ricordo ben preciso.
Una domenica assolata, direi ai confini tra primavera ed estate, di tanti anni fa. La mia vecchia Mercedes grigia, un po’ triste, ma comoda. Genitori vestiti a festa, ampi abiti in stile anni ottanta/novanta. Le Langhe, il viaggio verso Murazzano, a casa dei nonni. La visita settimanale alle radici, il giorno dedicato alla famiglia.
‘La strada che porta al sole’ mi ha restituito questo ricordo per un motivo preciso.
Per tanti anni ho quasi finto che non fosse mai accaduto. Che il dolore per aver perso quelle domeniche d’amore non fosse che irrisorio, che potessi disfarmene facilmente, lasciarlo alle spalle.
La realtà è che non si sfugge al passato, mai. Un po’ come quando si mette in pausa un cd e il suono si interrompe, ma il cd non smette di girare. E quella musica continua a risuonare implacabile ma silenziosa. Quasi impercettibile, ricoperta da suoni e rumori di un presente che incalza per sostituire i ricordi e che, inderogabilmente, fallisce il suo compito.
La verità è che ho ben presente quelle domeniche. Il profumo di ravioli a centrotavola, persino il sapore del sugo. Così come ho presente le code festose dei miei cani, le foglie di lattuga date ai conigli, le farfalle che come coriandoli creavano piogge d’arcobaleno sui campi.
E altrettanto impresso ho il momento in cui ho chiuso tutto questo in un cassetto della mente, ed ho premuto ‘skip’. Di quando volevo passare alla traccia successiva perché mia nonna, il centro di questo microcosmo perfetto, l’aveva abbandonato.
A come non capivo, non ci riuscivo proprio. Che il ciclo naturale delle cose è fatto di inizi e fini, e che quelle domeniche dovevano necessariamente terminare. Niente più cani, o profumi, o vestiti degli anni novanta. Un pezzo della mia anima lasciava questa vita, e tutto avrebbe continuato a scorrere comunque, in un modo o nell’altro.
Non ne vale la pena, sapete? Negare che sia accaduto. Fingere che il dolore non ci sia stato, che va bene così, e se ne può fare a meno. Perché non è vero. Non è MAI vero.
E tocca poi farci i conti infiniti anni più tardi. Quando si è grandi, si torna a casa da lavoro in piena notte e una gamba duole. E ci si ricorda che tutto è cominciato così, da quando lei ha smesso di camminare bene, e con lei un’enorme fetta della mia vita.
Se oggi potessi parlare alla me del passato, le direi più o meno questo:
‘Non preoccuparti. Va bene sentire tutto questo dolore. Va bene che la mancanza ti tenga sveglia la notte, e ti faccia piangere chiusa a chiave in camera tua. Che ti costringa ad indossare un sorriso di fronte agli altri, sminuire ciò che in realtà dentro ti distrugge. Non è sbagliato essere tristi, ed è giusto che tu ti conceda tutto lo spazio di cui hai bisogno. Quando si perde qualcosa o qualcuno, occorre tempo, fiducia ed impegno per abituarsi. Ogni ferita necessita di una certa convalescenza per rimarginarsi. Non avere fretta ed andrà tutto bene.’
Poi la abbraccerei, quella piccola Martina in miniatura che ancora vive in me. E le direi che è stata brava, che ce l’ha fatta e farà mille altre volte ancora. Che quei ricordi un giorno la renderanno forte, le ricorderanno chi è, dove può arrivare, quanta forza ha dentro. Quanta vita scorre in lei.
E che forse quel giorno, è già oggi.
Così, in una mattina qualsiasi di giugno, lascio che la giostra di emozioni del passato riprenda a girare, e che le domeniche di sole fortifichino il mio presente. Per nessun motivo cercherò più di interromperle, o rischierei ancora di interrompere me stessa.
E come una canzone su quella Mercedes diceva:

Camminano le ore
ed il tempo se ne va;
non si fermano i minuti,
di domani nessuno lo sa.
Dopo domenica è lunedì.
No, non perdetelo il tempo ragazzi,
non è poi tanto quanto si crede;
non è da tutti catturare la vita,
non disprezzate chi non ce la fa.
Vanno le nuvole coi giorni di ieri,
guardale bene e saprai chi eri;
è così fragile la giovinezza,
non consumatela nella tristezza.
Dopo domenica è lunedì.

murazzano


Nobody really dies until it’s alive in your soul.